I frutti dell’intelligenza emotiva

Gaia, un’esperta contabile, si presentò ad un secondo colloquio di lavoro in un’azienda farmaceutica, estremamente sicura di sé. La sua laurea ottenuta con il massimo dei voti e l’esperienza del primo colloquio, in cui aveva semplicemente confermato le sue competenze specifiche, la mettevano in questo stato emotivo di sicurezza.

Si trovò però subito spiazzata dallo stile del secondo colloquio, molto diverso dal primo, in cui le furono poste delle domande sui suoi punti di forza. In questo, infatti, il selezionatore era molto più interessato a come trascorreva il suo tempo libero, a che tipo di vacanze preferiva e ad eventuali attività di volontariato.

Tra l’altro, le chiesero cosa avrebbe fatto nel caso di un rifiuto, cioè se non avesse ottenuto questo lavoro. Gaia era perplessa. Non riusciva a capire cosa tutto questo avesse a che fare con le sue competenze contabili ed era irritata per l’andamento del colloquio. Il suo basso Quoziente Emotivo (QE) non l’aiutava ad interpretare cosa stava cercando di scoprire il suo interlocutore.

Ebbene, quest’ultimo avendo già verificato il livello delle hard skills come adeguato, stava ora esaminando le soft skills. Ovvero, stava verificando la sua Intelligenza Emotiva (IE). Le domande che si poneva e a cui cercava risposta erano queste: “Gaia è capace di gestirsi in situazioni scomode, affrontandole con calma e maturità?” e “È probabile che sviluppando le soft skills (tra queste l’IE), accanto alle competenze contabili, può essere una valida collaboratrice per l’azienda?”.

Gaia non superò il colloquio e ricevette un feedback che si rivelerà molto prezioso: “Nella nostra azienda ricerchiamo capacità che vanno ben oltre quelle tecniche e universitarie. Valutiamo quelle trasversali intimamente connesse alla consapevolezza di sé e degli altri.”

In un primo momento, ciò la mandò in crisi e le sue sicurezze vacillarono. Ad un mese di distanza dal colloquio la trovo in aula in un corso di coaching, dove ci racconta l’accaduto. Le confermo che quell’azienda, come sempre più spesso accade oggi, non era alla ricerca di un mero esecutore di mansioni, bensì di una persona in grado di interagire all’interno di un sistema fatto prima di tutto da persone e poi da processi.

Finito il percorso di formazione per apprendere le competenze trasversali che le mancavano, Gaia questa volta, forte della sua preparazione, affrontò due colloqui di lavoro e, superandoli entrambi, scelse quello più remunerativo per lei.